Quando più di quindici anni fa ho deciso di portare alla masseria Deianira, un Cavallo Rapido da Tiro Pesante, mi hanno guardato come un pazzo. Lei era una montagna, ribelle, furba. E affamata. Io completamente a digiuno di allevamento e di addestramento.  

Ma chi te lo fa fare?! Mi dicevano.  

Voglio riappropriarmi del mio tempo. Rispondevo. 

Una bestemmia, nel mondo dell’agricoltura in generale, a maggior ragione se convenzionale, dove conta solo la produttività, la velocità, il guadagno, meglio se facile, quello delle carte, prima che quello della terra. 

Il lavoro con i cavalli è – prima di tutto – il contrario di tutto questo. 

È il passo lento che accompagna, lo sguardo attento che previene, è l’addestrarsi a vicenda, è il sapere dove si mettono i piedi, e le zampe. È il conoscere ogni granello, ogni tassello, ogni filo, prima di ogni fila. È il conoscersi.  

Io, grazie a Deianira, ho scoperto tantissime cose di me e anche di questo mestiere.     

Ho capito l’importanza dell’ascoltare ciò che non si fa sentire, che quando qualcuno si avvicina, anche a chilometri di distanza, lei lo sa e ti avverte. E te lo dice prima, se chi si avvicina va bene, oppure no. Se puzza di una puzza buona, oppure no. Se è un cane, una volpe o un grillo.  

Ho scoperto che i topini intessano criniere come fossero lavori all’uncinetto. Che le carrube, i fichi e le pere secche contano più di qualsiasi stipendio. Che un buon foraggio vale più di migliaia di litri di gasolio. Che mezza giornata con un cavallo non ne vale due con il trattore.  

Ho capito, solo oggi, quanto quella scelta, forse incosciente, di tanti anni fa, sia stata invece lungimirante e sensata. Quanto ora, con i prezzi del carburante che lievitano, i pezzi di ricambio che mancano, i trattori che arrancano e la terra che chiede pietà, quel cavallo sia una salvezza, una garanzia di indipendenza, una promessa di farcela. Un dono prezioso, di un tempo perduto, e grazie a lei ritrovato.